“Un cavallo, il mio regno per un cavallo”. Diceva Riccardo III. Non ci sono regni né despoti in A Ciambra, almeno non di quelli shakespeariani, ma un cavallo sì. Forse è proprio in quel cavallo, grigio e ricorrente come un sogno, che nel nuovo film di Jonas Carpignano si riconosce lo spirito Rom. Libero, indomabile. Per noi anche inspiegabile. Ma questo è. Una comunità che è anche famiglia, confinata in un quartieraccio di Gioia Tauro dove la polizia piomba soltanto per stanare qualche sospettato o trovare il rame ottenuto da cavi elettrici di provenienze poco lecite. Piccoli crimini in serie. Furti e furtarelli come a faticare per portare a casa la pagnotta, e una serie di rapporti con le altre etnie a metà strada tra finto buon vicinato e timore reverenziale. Il tutto costantemente in traballante equilibrio. Da una parte gli italiani: organizzati, “per bene”, ricchi, cocainomani all’occorrenza e in cima alla scala alimentare di questa savana urbana. Dall’altra gli africani, a loro volta, nella loro baraccopoli esclusi dal mondo calabrese. Ognuno al suo posto, e chi fila dritto sopravvive. E poi gli zingari, appunto. In mezzo ai tre blocchi sguazza Pio, adolescente Rom della Ciambra. I giochi con cugini e fratellini iniziano a stargli stretti, vorrebbe fare le cose insieme a suo fratello Cosimo, esempio da seguire che entra ed esce dal carcere per un colpo andato male su a Gioia. Sarà la sua assenza a dargli la possibilità di dimostrare di poter agire come un uomo davanti alla capofamiglia, la nonna Iolanda.

Carpignano aveva esordito nel premiato lungometraggio Mediterranea, nel 2015, storia di viaggi e dolorosa contingenza di due uomini del Burkina Faso arrivati a Gioia Tauro. Il protagonista era Ayiva, Koudous Seihon. Tanti fatti realmente accaduti nel cinema del regista italoamericano allora, quando Pio Amato era lo zingarello curioso che stringeva amicizia con i forestieri africani, tanta realtà di vita vissuta anche in A Ciambra. Sempre loro due,  Pio e Ayiva, stavolta però il focus si posa sul bambino diventato ragazzo, e ora stretto in uno straordinario percorso a tenaglia tra crimine e crescita. Amicizia, famiglia, pericolo, tradimento, ubbidienza e coraggio vengono narrati con una struttura da gangster movie di serie a. Tra i produttori esecutivi il più insigne sul tema, Martin Scorsese, che infatuatosi da Mediterranea del cinema di Carpignano ne ha sostenuto il progetto fin dalla fase di scrittura insieme a Emma Tillinger Koskoff. Ma non aspettatevi ambientazioni in stile Quei bravi ragazzi, sfarzi vagamente simili a Casinò, o gigionerie da premiata ditta DiCaprio & Nicholson. Siamo invece nella periferia più triste d’Italia, dove ogni idea e ogni estetica cinematografica rinuncerebbero. Proprio come ha fatto lo Stato. Ma è proprio qui che inizia la sfida, vincente, che ci lancia Carpignano.

Il suo guanto bianco sul viso dello spettatore è fatto di naturalismo dell’immagine, primissimi piani da cinema d’autore europeo, scenari brulli e storie di vinti adagiate su uno scacchiere da discarica sociale che non possono non far pensare agli accattoni pasoliniani e quanto di quel dna cinematografico sia presente in opere contemporanee come questa. Tanta cruda realtà, eppure nessuna ambizione sociologica o antropologica con mire esplicative o moralistiche, anzi, tanta sfrontata amarezza fino al midollo. E soprattutto la miracolosa bravura nell’imbrigliare linfe di realtà inaccessibili raccontandole con la macchina da presa. Non didascalicamente come in un documentario, ma facendo recitare una famiglia Rom: incredibile. Così con Pio anche Cosimo Amato, Iolanda Amato e tutta la famiglia Amato. Ognuno col suo nome, ognuno attore non attore. Ognuno più vero di un’ottima intervista o di un grande attore preparatosi per mesi a ricevere statuette. Decine di occhi neri profondi da morire sono il comune denominatore di tre etnie, tre umanità, tre culture e anticulture. Personaggi penetranti come unghie di gatto prendono le misure reciprocamente, in continuazione, in un precorso di maturazione criminale, umana e spietata insieme.

Con un ritmo che monta solo apparentemente flemmatico, ma inarrestabile, come le sue musiche, A Ciambra schiera una faccia fuori dal coro. Quella di Pio, diventata, con qualche ormone in più, qualcosa di potentissimo e a metà strada tra il Noodles del giovane DeNiro con le sembianze di Scott Tiler nel C’era una volta in America, e la smorfia di sfida indossata dal primo Vincent Cassel ne L’odio. Mentre la Mostra del Cinema di Venezia aprirà i battenti, nello stesso giorno A Ciambra inizierà la sua sfida al nostro pubblico, il 31 agosto, nei cinema. Ultima sublime cartuccia italiana dello scorso Festival di Cannes, che lo ha visto tra i più applauditi vincere l’Europa Cinema Label Award nella sezione Quinzaine de Réalisateurs.