Ieri sera sono andate in onda le prime due puntate di 1992, la serie tv di Sky in onda su Atlantic, canale dedicato alla serialità televisiva.

C’era molta attesa intorno a questo nuovo prodotto, sia perché la piattaforma satellitare negli anni passati ha stupito tutti prima con Romanzo criminale e poi con Gomorra, sia perché, come si evince immediatamente dal titolo, 1992 racconta un periodo buio della storia italiana, quello di Tangentopoli.

Chiaramente la miniserie in 10 puntate nata da un’idea di Stefano Accorsi, anche protagonista insieme a Domenico Diele, Alesandro Roja, Tea Falco, Miriam Leone e Guido Caprino, è destinata a far discutere, toccando una materia politica incandescente il cui calore non ha smesso di farsi sentire anche nell’attualità.

La critica sembra quasi unanime nel riconoscere la statura internazionale della serie prodotta da Wildside e Sky, grazie all’intreccio di cronaca e finzione e alla cura degli sceneggiatori nella descrizione dei personaggi, elementi particolarmente apprezzati da Gianmaria Tammaro su Linkiesta: “1992 è un prodotto che unisce alla cronaca la finzione, all’attualità il romanzo, e a storie vere storie meno vere, ma non per questo impossibili. Quindi abbiamo l’ambientazione, convincente e nuova, e abbiamo la scrittura, che riesce a non svilire i protagonisti e a riunire tutto, compattando e eliminando spazi e pause inutili, in una storia convincente e – al di là di qualsiasi considerazione – vera. 1992: la Repubblica delle Banane, la Repubblica di chi sa vendere e si sa vendere.

Meno positivo invece il giudizio di Riccardo Bocca, che su L’Espresso si è lamentato di un eccesso di manicheismo che rischierebbe di falsare la ricostruzione storica, al netto della potenza del racconto e della nostalgia stilistica: “In una Milano in bilico tra cupezza e psichedelia, insomma, buoni e cattivi si spartiscono con l’accetta il campo: inequivocabilmente e irrimediabilmente, pure. Ciò non significa che 1992 venga meno a una sceneggiatura credibile, e a una ricostruzione consolante per filologia. Manca però l’azzardo di investigare l’area grigia in cui sguazzavano certi soloni dell’onestà e trasparenza. [...] Così l’effetto finale, figlio di una produzione senza pari in patria, è quello di non sottolineare il testo implicito in Tangentopoli (cioè i virus sopravvissuti fino all’Italia 2015), ma di porgere Mani Pulite come una parabola purificatrice (tanto i brutti e sporchi non siamo noi, giusto?, noi siamo quelli della buona scuola e delle buone riforme).”

Emiliano Cecere su Cinematographe sottolinea l’eccellenza dell’aspetto tecnico, segnatamente per quanto riguarda regia, fotografia e recitazione: “La regia è incredibilmente abile nell’incuriosire e nel non far mai calare il ritmo della narrazione, questo rende il tutto un palpitante thriller dove ogni protagonista deve fare attenzione a non scoprire completamente e anticipatamente le sue carte. La fotografica è superba, gli scorci di Roma e di Milano accomunati dalle splendide ricostruzioni d’epoca danno un tocco di vintage all’opera. La recitazione è intensa e vissuta.

Su Giornalettismo Boris Sollazzo parla senza mezzi termini di “una scommessa creativa rischiosissima vinta dal regista Giuseppe Gagliardi (il cineasta che ha diretto Clemente Russo nell’ottimo Tatanka) e soprattutto dal trio di sceneggiatori Rampoldi, Fabbri, Sardo”, per poi concludere con un giudizio tranciante: “1992 è un capolavoro che resterà nella storia della tv italiana. Anzi, nella Storia e basta. E ci mette di fronte a un orrore che abbiamo sopportato e ignorato, perché abbiamo contribuito a costruirlo.

Un po’ più sfumato l’apprezzamento di Massimo Galanto su Tvblog, che pur lodando l’opera di messa in scena del passato dell’Italia lamenta qualche eccesso di schematismo nella definizione dei personaggi, a volte ridotti a macchiette: “La ricostruzione del contesto storico è apprezzabile. A contribuire ad essa c’è molta televisione, da Non è la Rai a Casa Vianello, passando per il Festival di Sanremo e la già citata Domenica In. L’unica perplessità resta riguardo all’uso degli stereotipi: la ragazza senza talento pronta a tutto per andare in tv, il leghista ignorante, alcolizzato e picchiatore, Beatrice Mainaghi, figlia infelice dell’imprenditore adultero destinata a trasformarsi da Punkabbestia a Sally Spectra, Di Pietro diffidente dei suoi superiori.