Primi anni novanta, Parigi. L’AIDS sta divorando silenziosamente tanti omosessuali, emofiliaci, prostitute e carcerati. Un’omofobia comoda lo ha stigmatizzato come malattia dei reietti ma il contagio impazza con la stessa indifferenza anche tra gli etero. L’associazione Act Up – Paris raccoglie malati e non di varia estrazione sociale che organizzano azioni di protesta ai limiti della legalità contro molli politiche sanitarie, campagne di comunicazione inefficaci e le case farmaceutiche che nascondono i risultati della sperimentazione pompando i prezzi di medicinali dagli effetti collaterali devastanti, ma necessari a sopravvivere. Sean e Nathan s’incontrano durante una delle animate riunioni del collettivo. Si piacciono, manifestano insieme tra retate della polizia, Gay Pride e lancio di palloncini con sangue finto, ma l’ombra della malattia si allunga sempre più, accorciando la vita.

Tanta musica house a dettare il ritmo urbano da una parte festoso, dall’altra sinistro, come lo ha definito Robin Campillo, regista di 120 battiti al minuto. Autore anche della sceneggiatura, Campillo è partito dalla propria esperienza personale nell’attivismo, iniziata negli anni ottanta proprio nell’Act Up. “Ho partecipato alla commissione medica e ho preso parte a numerose azioni, alcune delle quali hanno ispirato il film. È importante capire che a quel tempo anche solo parlare di preservativi nelle scuole superiori o chiedere un cambio di siringhe per i tossicodipendenti non era per niente facile. L’omofobia era moneta corrente nella società dell’epoca, anche se lo abbiamo dimenticato”. Il suo film buca schermo e coscienze per due ore e venti, un tempo dilatato su una serie di vicende messe insieme da una struttura drammaturgica epica, quasi da kolossal di strada. Un lungo cammino tra impegno sociale, sesso, ribellione e coriacea voglia di vivere. Tutta la vitalità vibrante che emana il film da ogni poro si sintetizza in un potente mix di paura e coraggio. In questo, ogni personaggio è tratteggiato con grande profondità e acume. I protagonisti sono Nahuel Perez Biscayart, Arnaud Valois, Adele Haenel e Antoine Reinartz. Tutti di straordinaria veridicità e privi di retorica.

“Mi batto per un cinema in cui gli spettatori non abbiano una bussola per orientarsi, in cui le cose non siano mappate con esattezza, poiché tutto può cambiare da un momento all’altro”. Questo continuo chi va là si percepisce drammaturgicamente ma anche visivamente, quando da immagini girate in multicamera, estremamente dinamiche grazie alle leggerissime digitali, capricci estetici si rilevano porfonde metafore. Quando i ragazzi si scatenano ai ritmi house in un locale, l’occhio di Campillo nota la polvere sospesa nell’aria su tutti loro. Granelli leggerissimi. La mettono in luce strobo e faretti colorati. Ecco l’incombenza festaiola e sinistra. Lui la trasforma quei puntini nel mondo cellulare dove l’AIDS, geometricamente affascinante come il sesso, ma letale, viene attaccato dagli antivirali in quella battaglia al microscopio che è il fulcro di tutto. Polvere come mondo cellulare, ma anche come ceneri dei morti per malattia, che tra le proteste scioccanti del vero Act Up venivano tirate a terra durante convegni clinici o assicurativi.

120 battiti al minuto vanta il merito di riportare in luce una malattia che nonostante sia combattuta con terapie di gran lunga migliorate si è sottovalutata negli ultimi anni per quanto riguarda il contagio. In più sottolinea l’importanza della comunità dei malati e degli omosessuali che si sono battuti per informare a ogni costo, contro virus e pregiudizio. Ha vinto a Cannes il Grand Prix, il Premio Fipresci e la Queer Palm. Mentre nei cinema italiani esce il 5 ottobre. Lodato in primis da Pedro Almodovar che era il presidente della giuria, ha aumentato l’accoglienza del pubblico dopo essere stato scelto come film francese in corsa per i cinque posti da candidati all’Oscar. Come il nostro A Ciambra, per cui se finiranno entrambi nella cinquina di Los Angeles noi italiani sapremo sicuramente per chi tifare.